FANEP
Onlus
FANEP
Onlus

Una Significativa Testimonianza sui DCA

e sull’importanza di sostenere il Centro del Sant’Orsola: questo il tema dell’Intervista uscita il 13 Maggio sul Corriere di Bologna

«Io, la mia ossessione e la fila al Sant’Orsola. Servono soldi e spazi»

Intervista ad Alessia, 10 anni di battaglia contro l’anoressia: «Questa è una malattia vera e propria, se non si interviene si muore»

BOLOGNA – «Non bisogna girarci intorno: questa è una malattia vera e propria, se non si interviene si muore. Ma si può guarire e sappiamo di cosa c’è bisogno: più strutture, più spazi, più finanziamenti». Alessia ha 32 anni e ha combattuto e sconfitto l’anoressia dopo un percorso di quasi dieci anni, tra day hospital e terapia. Il recupero è stato possibile grazie ai medici e al personale del Sant’Orsola: «Fanno un lavoro straordinario, sono stata fortunata ad avere un centro specializzato vicino casa. È stato la mia salvezza».
Come funziona il Centro per i disturbi alimentari del Sant’Orsola?
«Io ci sono stata intorno al 2003, avevo 17 anni. È stato quando ho finalmente accettato di avere un problema e farmi curare, anche se non ero totalmente convinta. Non sono stata ricoverata, ho fatto 6 mesi di day hospital: dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 17. Ma non c’erano molti posti, così prima di essere accettata ho dovuto aspettare un mese e mezzo. In quel periodo avrei avuto bisogno di essere seguita».

Cosa si fa durante le ore di day hospital?

«C’è un percorso individuale con lo psicologo e uno di gruppo. Poi vengono organizzate tante attività, dal teatro allo yoga, dai laboratori di disegno a quelli del legno».

Hai accettato subito le cure?

«No, la prima fase è stata molto negativa perché ancora non accettavo di avere una malattia. Ho continuato a perdere peso e sono iniziati i veri problemi di salute. Ho sofferto di amenorrea, mi si sono schiacciate due vertebre e mi è venuta l’osteopenia, il primo passo verso l’osteoporosi».
In che modo ti ha aiutato il day hospital?
«Ho ripreso coscienza di me stessa. Da anni il corpo era un’ossessione, ma ormai non lo percepivo più, era una cosa astratta, lontana da me. Grazie alle attività del Centro ci sono rientrata in contatto. Ma soprattutto ho riacquistato fiducia in me stessa grazie alla vicinanza di medici e infermieri. Mi hanno fatto prendere consapevolezza della mia malattia e mi hanno aiutato a combatterla».

Per i pasti come facevate?

«C’è una dietologa che ti segue personalmente, e piano piano ti fa riacquistare il giusto peso. Ma molto gradualmente, l’alimentazione varia a seconda del tuo stato psicofisico. Si decide insieme».

Di cosa avresti avuto bisogno?

«Durante il day hospital, di nient’altro: è un prodotto perfetto. Ma il problema è che possono accogliere solo poche persone, non ci sono spazi. Andrebbe ampliato, così come si dovrebbe investire in posti letto per il ricovero. Il ricovero è fondamentale. È come per un tossico andare in comunità: devi uscire dalla società, dalla tua famiglia, da tutto. Per ragionare su cosa ti stia accadendo e affrontare il tuo problema, accettarlo. Uno quando è dentro non è ancora guarito e vuole rimanere attaccato alla malattia e ci prova in tutti i modi, come per la tossicodipendenza. Pensi che la tua malattia sia il tuo mondo: paradossalmente, non vorresti starci ma hai anche paura di uscirne. Per questo è così importante avere attorno dei professionisti esperti, competenti e sensibili».

E quando sei uscita?

«Avrei avuto bisogno di una struttura che mi seguisse in quella fase, ma non c’erano posti. Ho continuato ad andare al day hospital una volta al mese e ho proseguito gli incontri con lo psicologo. Ho ripreso gli studi, mi sono prima diplomata e poi laureata in antropologia. Quello è stato il colpo di grazia per la malattia: mentre scrivevo la tesi sui disturbi alimentari, l’ho sconfitta definitivamente. Avevo 24 anni».
Come stai ora?
«Ora ho una casa, un lavoro, un compagno. E un giorno avrò dei figli. Sono tornata ad apprezzare la vita, dopo aver passato un periodo in cui per me non aveva alcun senso. È una vita normale, ma è meravigliosa. Vorrei che tra qualche anno non si parlasse più di disturbi del comportamento alimentare: esistono le cure, le competenze, i rimedi per affrontarli. Ora la priorità è garantirne l’accesso a tutti quelli che ne hanno bisogno».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Fonte: Corriere della Sera -Edizione Bologna
2018-05-15T07:51:31+00:00